Insicurezza e libertà

Insicurezza e libertà

Giovedì, 11 Luglio 2019 16:49 Scritto da  Beniamino Deidda

In merito al Decreto Sicurezza bis pubblichiamo questo intervento di Beniamino Deidda, magistrato in pensione a Firenze. 

1. Come sapete, siamo in presenza di leggi del parlamento, di iniziative dei prefetti, di ordinanze dei sindaci, e ormai anche di un decreto-sicurezza bis, in vigore da ieri, tutte indirizzate a risolvere il problema della sicurezza nel nostro paese: provvedimenti di diversa portata, ma tutti accomunati da un unico filo ideologico.

I contenuti dei questi provvedimenti sono vari. Ci sono le norme che introducono nuovi reati, come il blocco ferroviario, l’accattonaggio molesto o la custodia di parcheggio abusivo; altre che aumentano a dismisura le pene per reati già previsti dal codice penale; poi ci sono le norme specificamente dirette a bloccare l’immigrazione e a rendere difficoltosa l’accoglienza dei migranti, tra cui quelle relative alla disciplina della cittadinanza, con la previsione della revoca in caso di condanna definitiva per alcuni gravi reati, qualora la cittadinanza italiana sia stata acquisita da persona con precedente cittadinanza straniera. Dicevo che c’è un unico filo che lega queste diverse norme.

C’è, anzitutto, un’operazione culturale molto spregiudicata. Le leggi, in particolare quelle penali, hanno una rilevante funzione simbolica e pedagogica. Definendo i reati e gli illeciti, ci dicono che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è socialmente accettabile e che cosa, al contrario, deve essere oggetto di riprovazione. In questo modo la legge contribuisce alla costruzione del pensiero comune dominante. Ebbene, la disciplina congiunta di
immigrazione e sicurezza ha l’evidente obiettivo di consolidare la convinzione che i responsabili dell’insicurezza diffusa siano i migranti.

Il carattere più evidente delle nuove norme è l’incremento massiccio dell’uso della pena e del carcere come strumenti di governo della società. Questo è il significato della pioggia di aumenti di pena abnormi, e del ripristino di reati depenalizzati. Il tutto in un momento nel quale il carcere torna a superare il tetto delle 60.000 presenze quotidiane. E’ un salto di qualità preoccupante. In secondo luogo, gli aumenti di pena non sono generalizzati ma mirati ad alcune classi o ceti sociali: i migranti, ovviamente, ma, poi, i poveri (a cui sono dirette le nuove norme in tema di accattonaggio, di esercizio abusivo dell’attività di posteggiatore, di occupazione di stabili ad uso abitativo e di Daspo urbani) e le parti deboli del conflitto sociale, cui sono destinate le norme incriminatrici del blocco stradale e dell’occupazione di edifici.

Nel processo di crescente penalizzazione c’è un fatto nuovo: una serie di meccanismi giuridici diretti a spostare l’accento normativo dal fatto alle caratteristiche soggettive del suo autore. Non solo, dunque, reati disegnati sul prototipo del ribelle (come il blocco stradale o l’occupazione di edifici) o dei marginali (come l’accattonaggio molesto o la pratica dell’attività di posteggiatore abusivo). Ma anche tecniche che segnano un passaggio dal diritto penale del fatto alla criminalizzazione del tipo d’autore.

Si realizza infine, con questa manovra, un’ulteriore tappa nel processo di amministrativizzazione dei diritti e delle libertà delle persone, perseguita attraverso il conferimento di nuovi poteri agli organi esecutivi. Le fasi dell’operazione sono molte: la dilatazione della detenzione amministrativa, aberrante dal punto di vista giuridico soprattutto per la mancanza di un reale controllo del giudice; il potenziamento del ruolo dei sindaci nelle politiche di ordine pubblico, con l’estensione dei poteri di ordinanza loro attribuiti.

2. In questa linea si pongono anche le recenti ordinanze relative alle cosiddette zone rosse di Firenze e Bologna. (Non molto tempo fa queste due città erano davvero zone rosse; oggi ci vuole un prefetto che dia una pennellata rossa a qualche quartiere del centro!). Il provvedimento del prefetto fiorentino è stato bocciato dal TAR. Ma il Ministro Salvini ha subito annunciato che farà ricorso al Consiglio di Stato.

C’è insomma nel decreto sicurezza, e nel successivo sicurezza bis, come pure in queste sciagurate ordinanze, una linea di politica criminale e di politica sociale che va ben oltre la persona del ministro Salvini. Il filo rosso di queste operazioni è, infatti, l’individuazione sempre più esplicita della categoria dei nemici della società, da estendere nel numero (il Ministro dell’interno ha già anticipato l’intenzione di includervi gli scafisti e i consumatori di stupefacenti) e da colpire nei diritti (fino a privarli, quando possibile, anche della cittadinanza, e dunque dell’identità, ma anche del diritto di muoversi in città o di stazionare in piazza). Le tecniche sono quelle già sperimentate: respingere chi viene da luoghi lontani, criminalizzare chi vive (o pensa) in modo diverso, restringere gli spazi dell’accoglienza, segregare in carcere o in strutture simili, impedire l’accesso in città ai denunciati. Si tratta di un intervento organico i cui destinatari sono i poveri, i marginali, i migranti, i ribelli e, da ultima, la sfortunatissima categoria dei denunziati.

Mi viene in mente che un elenco assai simile venne predisposto nel 1852 da Karl Marx per descrivere il sottoproletariato all’epoca: «Vagabondi, soldati destituiti, detenuti liberati, forzati evasi, truffatori, saltimbanchi, lazzaroni, borsaioli, prestigiatori, facchini, ruffiani, cantastorie, cenciaioli, arrotini, calderai ambulanti, accattoni, insomma la massa indecisa e fluttuante dei poveri». Dunque, non è la prima volta che ciò accade.

3. Non sappiamo cosa ci prepara il futuro. E’ certo però che oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo populismo penale. Questo populismo al Governo ha un’intrinseca vocazione anticostituzionale, derivante dalla convinzione che l’ unica fonte di legittimazione del sistema politico sia la volontà popolare, indebitamente identificata con la volontà di chi lo ha votato. Questo populismo ha scelto le sue vittime: prima di tutti vengono i soggetti deboli, titolari di diritti fondamentali violati che sono oggi soprattutto i migranti. Per noi, dunque, stare dalla parte della Costituzione vuol dire oggi stare «dalla parte dei migranti».

Oggi la questione migranti è il banco di prova di tutti i valori stabiliti dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: l’uguaglianza, la dignità delle persone, i diritti umani, a cominciare dal diritto alla vita, la solidarietà, che sono tutti valori violati dalle politiche di questo Governo e da quelle dell’intera Europa.

Bisogna però riconoscere che questo Governo e, in particolare, il Ministro dell’interno Salvini non hanno inaugurato, ma hanno solo proseguito le politiche e le pratiche contro gli immigrati di precedenti Governi del nostro paese. Ci sono delle differenze qualitative nell’operato di questo Governo rispetto a quello dei Governi passati, tutte legate all’approccio populistico alla questione dell’immigrazione.

  1. La prima differenza è il carattere criminogeno assunto oggi in Italia dalle leggi e dalle politiche governative in tema di sicurezza il cui effetto sarà quello di accrescere la devianza, la marginalità sociale e l’insicurezza.
    Il primo decreto sicurezza ha adottato l’espulsione dal sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e dai centri di accoglienza straordinaria (Cas) di decine di migliaia di migranti, gettati sulla strada come irregolari e destinati ad alimentare l’emarginazione sociale a beneficio ulteriore della politica della paura. Si tratta di una misura con la quale migliaia di persone integrate nella società italiana vengono strappate dal loro mondo e trasformate in persone virtualmente devianti: giacché sempre le persone escluse dalla società civile sono esposte ad essere incluse nelle società incivili o nelle organizzazioni criminali.
  2. La seconda differenza delle politiche di questo Governo in tema di migranti rispetto alle politiche del passato consiste nel fatto che il consenso popolare viene perseguito con politiche e pratiche che apertamente violano i diritti umani delle persone e spesso consistono in veri e propri reati: come la preordinata omissione di soccorso, la chiusura dei porti,, ecc.
    Ebbene, questo cumulo di illegalità sta provocando una catastrofe della quale l’Italia e l’Europa un giorno saranno chiamate dalla storia a rispondere. L’esibizione dell’illegalità e della disumanità equivale a deprimere la moralità corrente e ad alterare, nel senso comune, le basi del nostro Stato di diritto: non più la soggezione alla legge e alla Costituzione, ma il consenso elettorale quale unica fonte di legittimazione di qualunque arbitrio.
  3. Ma l’effetto più grave è l’abbassamento del senso morale nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come «prima gli italiani» o «la pacchia è finita» sono praticate, esibite e ostentate dalle istituzioni, esse non solo sono legittimate, ma sollecitano anche l’odio per i diversi. Queste politiche stanno avvelenando e incattivendo la società, in Italia e in Europa. Stanno svalutando i
    normali sentimenti di umanità e solidarietà che formano il presupposto elementare della democrazia. Stanno, infine, costruendo le basi ideologiche del razzismo.

4. Domandiamoci allora: cosa è possibile fare contro questa deriva? Cosa possiamo fare noi contro questo imbarbarimento della nostra. società? Io penso che non possiamo fare molto, ma almeno meno possiamo provare ad introdurre, nel dibattito pubblico, alcune posizioni molto ferme.

Prima di tutto è necessario chiamare queste politiche con il loro nome: si tratta di violazioni gravi dei diritti umani e, in molti casi, di veri e propri reati. Occorre creare la percezione sociale della loro illegalità, oltre che della loro immoralità, in grado di fermare il diffuso consenso acritico.

Il secondo sentimento necessario contro questa deriva in atto è la vergogna. Di quanto sta accadendo dovranno, un giorno, vergognarsi non soltanto gli attuali governanti, ma anche quanti li sostengono. Nessuno potrà dire: non sapevamo. Nell’età dell’informazione noi sappiamo tutto. Siamo a conoscenza delle migliaia di morti provocati dalle nostre politiche.

Sappiamo perfettamente che in Libia i migranti vengono torturati, stuprati o uccisi. Per questo difendere i diritti dei migranti significa anzitutto difendere noi stessi. Affermare la dignità dei migranti come persone equivale ad affermare e a difendere la nostra dignità. E perciò rifiutare la parola d’ordine «prima gli italiani» equivale a rifiutare il razzismo e a difendere, contro il razzismo, l’identità democratica del nostro Paese.

Ma, forse, la necessità più vera consiste nella ribellione e nella disobbedienza alle leggi ingiuste e contrarie alla nostra Costituzione. Capiterà sempre più spesso che questo Parlamento vari leggi di dubbia costituzionalità. Di fronte a queste leggi, quando riguardano i grandi temi della coscienza e dell’umanità, il cittadino ha un’unica strada possibile: non rispetta la legge, lo dichiara pubblicamente e ne accetta le conseguenze. Qualcuno potrebbe pensare che il sistema così salta. Non è vero. Anzi, il sistema così va avanti. Non posso obbedire a questa legge, la ritengo ingiusta: dunque, processatemi. Pensiamo veramente che tutti i cittadini siano pronti a “pagare” di persona? Ma quando mai. La storia dimostra che
sempre, per la disobbedienza di pochi, tutti i cittadini hanno avuto grandi benefici. Per citare solo qualche nome: Don Lorenzo Milani, Marco Pannella, Marco Cappato, Domenico Lucano. Ho scelto volutamente nomi di non-politici, nel senso comune del termine, anche se politico non è solo chi ha una tessera di partito e si candida alle elezioni. Prendete don Lorenzo e Pannella, un sacerdote che faceva politica e un ‘politico da marciapiede’ ( come lo definiva Umberto Eco), che faceva politica come nessun altro. La difesa milanista degli obiettori di coscienza alla fine è stata vittoriosa. Ma anche Marco Pannella ha condotto una vita disobbediente, mettendola spesso a repentaglio. Quando scioperava dal cibo fino a diventare scheletrico. Quando non beveva altro che la sua urina. Qualcuno pensa lo facesse per se stesso? Voglio solo dire, semplicemente, che il mondo va avanti anche grazie a chi
decide di disobbedire.

Beniamino Deidda
Comunità dell'Isolotto - 16 giugno 2019

Chi è Beniamino Deidda

Entrato in magistratura nel 1963, ha svolto la sua attività soprattutto a Firenze dove è stato Pretore, poi Giudice per le indagini preliminari e, dal 1993 per sei anni, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso la Pretura di Firenze. Nel 1998 è stato nominato Procuratore della Repubblica di Prato, funzione che ha mantenuto fino al 2005, quando è stato nominato Procuratore Generale di Trieste. Dall’inizio del 2009 è stato Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze, fino al 1 novembre 2012, data del suo pensionamento.

Dal 1979 si è occupato di reati in materia di igiene e sicurezza del lavoro e in special modo di infortuni e malattie professionali. Come Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trieste si è dovuto occupare dei numerosi attentati terroristici compiuti da autore finora ignoto nominato ‘Una bomber’ in difficili indagini collegate con la Procura Generale di Venezia. Poco prima della conclusione del suo incarico si è occupato della complessa vicenda di Eluana Englaro. Durante l’attività di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze, si è occupato delle complesse indagini relative alla strage di Viareggio e al naufragio della nave Costa Concordia. E’ autore di saggi e articoli su vari temi di diritto costituzionale e penale. (www.scuolamagistratura.it).

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